Chi l’ha detto che “non c’è più niente da fare” ?
Disfattismo e rassegnazione, negazionismo mascherato
Di Pippo Tadolini
Di fronte, ormai, alla persistenza quasi più che alla ricorrenza, delle furiose ondate di calore, sentiamo affermare sempre più spesso che la crisi climatica è un dato di fatto, contro il quale ogni sforzo di contrasto è destinato a scarsi risultati. Anche discutendo con persone competenti colpisce il fatto che, quando si parla di strategie per affrontare la crisi climatica, ricorra sempre di più il termine adattamento. Come se l’altra grande questione di cui sempre si è discusso – la mitigazione – riguardasse una perdita di tempo. Ma per chi – come noi – si batte sulla questione climatica a 360 gradi, senza trascurarne alcun aspetto, un tale modo di ragionare è totalmente sbagliato.
Cerchiamo intanto di fare chiarezza sulle parole. Il termine mitigazione non descrive un concetto generico, ma comprende in maniera molto concreta, dettagliata e descrittiva tutte le azioni volte a ridurre le cause della catastrofe climatico-ambientale. Mitigazione vuol dire soprattutto ridurre, fino ad azzerare, le emissioni di gas serra che alterano la composizione dell’atmosfera, inducono mantengono e potenzianoil riscaldamento del pianeta, compromettono la qualità dell’aria, stravolgono la biodiversità contutte le conseguenze sulla vita umana, in primis sulla salute. Se diciamo mitigazione, parliamo innanzi tutto di abbandonare i combustibili fossili, ma anche migliorare l’efficienza energetica, proteggere e ripristinare foreste, suoli, zone umide, mare(che sono assorbitori naturali di anidride carbonica);mettere in discussione gli attuali modelli di mobilità,il comparto agricolo-zootecnico-alimentare, l’espansione vertiginosa di realtà estremamente energivore e predatrici d’acqua come i data centers, ed altro ancora. L’adattamento, invece, suggerisce i provvedimenti atti a far fronte alle conseguenze del cambiamento climatico. Costruire barriere contro le inondazioni, riprogettare le città, spostare le colture verso varietà più resistenti, ripensare la gestione delle risorse idriche, sono tutti esempi di adattamento. Per dirla con le parole spesso pronunciate dal prof. Pileri, un’indiscussa autorità in questa materia, la mitigazione cerca di “evitare l’ingestibile”, mentre l’adattamento si orienta a“gestire l’inevitabile”.
Si tratta di strategie con compiti diversi, ma guai a considerarle separate, o addirittura contrapposte. Al contrario, vanno considerate complementari, ed indispensabili entrambe.Iniziare a parlare quasi esclusivamente di adattamento nasconde una trappola mortale: sostenere che a contrasto della crisi climatica non ci sia più “niente da fare”, suggerisce implicitamente che allora non bisogna “fare niente” sul fronte della mitigazione. Il che sta a significare continuare con i fossili e le loro emissioni, con gli allevamenti intensivi, con una mobilità drogata dal trasporto privato su gomma, ecosì via. La conseguenza diretta è che le proposte per l’adattamento, spesso, nemmeno si pongano il problema se le scelte possano addirittura aggravare la crisi.L’esempio più concreto di questi tempi: proporre come strategia di fondo per l’adattamento la diffusione generalizzata dei condizionatori,indipendentemente da altri provvedimenti, è qualcosa che aumenta enormemente i consumi energetici complessivi, aggrava la temperatura perché tali apparati emettono ingenti quantità di calore e penalizza gravemente le fasce di popolazione più svantaggiate, perché l’allestimento di un apparato di condizionamento ele bollette stratosferiche che ne derivano, prevedono una disponibilità economica non indifferente.
Mitigazione e adattamento, quindi, sono entrambe indispensabili. La temperatura media globale è aumentata di quasi 1,5°C rispetto all’epoca in cui si è iniziò a fare le valutazioni, con conseguenze evidenti, ghiacciai in ritirata, diminuzione della neve, eventi estremi molto più frequenti e intensi, innalzamento del livello del mare, alterazione degli ecosistemi; tutti cambiamenti che non scompariranno, ed una parte del riscaldamento futuro è praticamente già preventivata, anche perché i gas serra rimarranno nell’atmosfera per decenni o secoli. E quindi l’adattamento è una necessità.
Tuttavia scenari a basse o alte emissioni di gas serra producono previsioni molto diverse. La differenza tra un mondo a +1,5 °C, a +2 °C o a +3 °C, in termini di frequenza e intensità degli eventi estremi, disponibilità di acqua per milioni di persone, sopravvivenza di interi ecosistemi, innalzamento del livello del mare eccetera. Ridurre le emissioni oggi, significa innanzi tutto non doversi trovare domani di fronte ad impatti che nessuna strategia di adattamento potrebbe realisticamente contenere. Quindi, le due strategie sono interdipendenti. Anzi, diremo di più, molte delle scelte che vanno fatte (ma sulle quali – ahinoi – continuiamo a vedere il massimo della timidezza e della sottovalutazione fra i decisori politici) sono assieme operazioni di adattamento e di mitigazione: per esempio, costruire parchi sia urbani che rurali avviando significativi rimboschimenti sarebbe una atto di mitigazione, perché la massa verde assorbe anidride carbonica e migliora complessivamente la qualità dell’aria, oltre a fornire qualche chance in più ad una biodiversità in caduta libera; ma sarebbe anche un concreto atto di adattamento perché aumentare le superfici vegetate fornirebbe ai territori interessati e a chi li abita una disponibilità di ombreggiamento in grado di abbassare significativamente la temperatura locale e migliorare la vivibilità. Oppure, iniziare senza perdere tempo, la “decorticazione” di tante superfici asfaltate e impermeabilizzate come per esempio i parcheggi, sostituendole con soluzioni permeabili e per quanto possibile erbose, e in unum dotarle di coperture fotovoltaiche sarebbe un atto di adattamento perché abbasserebbe immediatamente le temperature sul posto, ma anche di mitigazione perché renderebbe disponibili grandi superfici all’assorbimento delle acque meteoriche, ridurrebbe l’evaporazione e il conseguente aumento dell’umidità, e permetterebbe di produrre energia a bassissime emissioni. E gli esempi potrebbero continuare.
Certo, l’adattamento apparentemente ha una concretezza immediata, risultati visibili e misurabili.Mentre i risultati della mitigazione richiedono un po’ di tempo (molto tempo, per alcuni aspetti) per essere evidenti. Ma non dobbiamo cadere nella trappola di limitarci solo a ciò che è visibile e quantificabile nell’immediato. Ogni giorno in più di emissioni aggiuntive sposta in alto l’asticella degli impatti a cui dovremmopoi tentare di adattarci. Di fronte agli scenari che abbiamo di frontel’unica risposta efficace rimane sempre quella di fare di tutto per evitare di arrivarci.
Inoltre, troppo spesso rimane in secondo piano la riflessione sul fatto che mitigare vuole dire soprattutto pensare a chi verrà dopo di noi. La riduzione delle emissioni e tutte le possibili opere di mitigazione, in primis i processi di rinaturalizzazione dei territori,avranno effetti tangibili fra svariati decenni. Impegnarsi oggi lascia un’eredità alle generazioni che si sono appena affacciate su questo Pianeta e a quelle di là da venire. La catastrofe climatico-ambientale è qualcosa che ha profondamente a che vedere con la negazione dell’eguaglianza, tra chi ha contribuito di più alle emissioni, cioè i Paesi ricchi, e chi maggiormente ne subisce le conseguenze più gravi (le popolazioni più povere, in ogni parte del mondo); tra chi dispone di possibilità economiche e chi invece vive in povertà; tra chi c’è oggi e chi abiterà questa terra in futuro; tra noi e le nostre figlie, figli, nipoti e bisnipoti.
Quando pensiamo alle eredità che lasceremo, come individui e come corpo sociale,non dobbiamo limitarci a considerare i conti in banca, i beni immobili, le posizioni professionali, ma soprattutto le condizioni di vita concreta che stiamo loro preparando.
Non possiamo fare a meno di parlare di politica.Bisognerebbe che – anche qui nei nostri territori – i decisori, le rappresentanze, e chiunque si impegna nell’agone politico, riprendessero ad avere degli orizzonti al di là di un mandato a breve termine. Sono assolutamente necessarie politiche di lungo periodo, decisioni chiare e coraggiose che possono essere nell’immediato anche “impopolari”, o più spesso confliggere con i grandi detentori del potere economico e tecnologico.
Ma non si deve cedere alla rassegnazione. Perché meno si investe nella mitigazione, più probabilità ci sono che anche l’adattamento risulti sempre inadeguato.
Pippo Tadolini
Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile