Blitz di Natale degli ambientalisti di Fuori dal Fossile nel cantiere SNAM di Sulmona. Mario Pizzola: «Abbiamo visto l’albero di Natale sistemato dalla Snam su una collina di terra del cantiere – ha spiegato Pizzola – un pensiero carino, visibile anche dall’esterno. Ma mancavano i pacchi. Così li abbiamo portati noi: sono i regali che quest’opera consegnerà ai cittadini di Sulmona e della Valle Peligna».

Un blitz natalizio dal forte valore simbolico quello messo in atto questa mattina a Case Pente, nell’area dove la Snam sta realizzando la centrale di compressione a servizio del metanodotto Brindisi–Manerbio. Un gruppo di ambientalisti dei comitati cittadini per l’ambiente, guidati dal portavoce Mario Pizzola, è entrato nel cantiere per protestare contro un’opera ritenuta potenzialmente inquinante e dannosa per il territorio.

Quattro attivisti, passando lateralmente all’area dei lavori, hanno raggiunto il punto in cui la Snam aveva allestito un albero di Natale e vi hanno depositato alcuni pacchi simbolici. Sulle confezioni, scritte a caratteri cubitali: “Aria inquinata della Snam”, “Disastro ambientale”, “Scempio archeologico”, “Attenzione pericolo esplosioni”. Un gesto dimostrativo per denunciare, secondo i comitati, i rischi ambientali, sanitari e archeologici legati alla centrale di spinta alimentata a gas metano.

«Abbiamo visto l’albero di Natale sistemato dalla Snam su una collina di terra del cantiere – ha spiegato Pizzola – un pensiero carino, visibile anche dall’esterno. Ma mancavano i pacchi. Così li abbiamo portati noi: sono i regali che quest’opera consegnerà ai cittadini di Sulmona e della Valle Peligna».

Nel suo intervento, Pizzola ha elencato uno per uno i “doni” simbolici. A partire dall’aria inquinata che, a suo dire, verrebbe emessa dai camini della centrale, aggravata dal fenomeno dell’inversione termica tipico della valle. Poi il disastro ambientale, con la distruzione di circa dodici ettari di area verde a ridosso del Parco della Maiella, la compromissione di un corridoio faunistico e il taglio, definito illegale, di 317 ulivi.

Ampio spazio anche allo scempio archeologico. Secondo i comitati, le ruspe avrebbero cancellato le tracce di un insediamento risalente a circa 4.200 anni fa, dell’età del Bronzo, e sepolto una strada romana sotto il cemento del cantiere, facendo sparire testimonianze ritenute fondamentali per la storia del territorio. Infine, il pericolo di esplosioni legato alla presenza del metanodotto: «Il gas è esplosivo – ha ricordato Pizzola – e in passato non sono mancati incidenti gravi. Quando esplode un metanodotto, i danni possono estendersi per oltre cento metri».

L’ultimo pacco, posato sotto l’albero e girato per renderne visibile la scritta, riportava la dicitura “rifiuto speciale”, a simboleggiare quella che per i comitati rischia di diventare una “cattedrale nel deserto”, con costi, sovracosti e, un domani, anche quelli per lo smaltimento.

Gli operai presenti nel cantiere hanno subito allertato le forze dell’ordine. Sul posto è intervenuta la polizia, che ha identificato i partecipanti al blitz. Identificati anche due cronisti presenti, impegnati esclusivamente nello svolgimento della propria attività giornalistica.

L’episodio riaccende il confronto sulla centrale di compressione di Case Pente, da tempo al centro delle contestazioni. I comitati ambientalisti ribadiscono la richiesta di fermare i lavori e di avviare una diversa tutela del territorio, mentre la partita attorno all’opera resta aperta e sempre più divisiva.