Quello che sta avvenendo a Cape Pente resterà negli annali come il peggior crimine culturale ai
danni della città di Sulmona. Esecutrice del crimine è la Snam ma il mandante è il Ministero della
Cultura che, attraverso i suoi organi periferici, ha consentito e continua a permettere la distruzione
di un irripetibile patrimonio archeologico. Mentre lo scempio della nostra storia si consuma sotto il
frenetico lavorìo delle ruspe il sindaco Luca Tirabassi è assorto nel sognare la Sulmonaland del
futuro, con uno stadio della musica, parcheggi e centri commerciali. All’ingresso della città, anziché
l’insegna “Sulmona città d’arte”, andrebbe collocato un cartello con la scritta “Sulmona città senza
arte né parte”.
Altrove amministratori attenti e responsabili si adoperano per salvare, studiare e valorizzare il
patrimonio storico. Da noi una politica sonnambula assiste inerte alla sua distruzione. Che quella di
Case Pente fosse un’importante area archeologica era noto da molto tempo. Già tra Settecento e
Ottocento vi fu rinvenuto il sarcofago di epoca romana con le spoglie di “Numisina”. Alla fine
dell’Ottocento lo studioso Antonio De Nino rinvenne altri reperti, tra cui quattro dolia (grandi vasi
interrati per la conservazione di cibo e bevande). Nel corso del ‘900 vennero fatte diverse altre
scoperte, tra cui la scritta in pietra dei “Callitani” conservata al Museo di Sulmona. Ma è attraverso
gli scavi di archeologia preventiva per la costruzione della centrale Snam che sono venute alla luce
tante e tali testimonianze che confermano la qualificazione di Case Pente come complesso
strutturale unitario. In primo luogo, l’eccezionale scoperta delle tracce di oltre 40 capanne risalenti
all’Età del Bronzo, ovvero a 4200 anni fa, che portano a retrodatare di almeno mille anni gli
insediamenti umani nel territorio di Sulmona. Sono state rinvenute inoltre: due necropoli con più di
120 tombe, rispettivamente di epoca romana e dell’Età del Bronzo; una strada glareata romana che
andava in direzione del tempio di Ocriticum a Cansano; una seconda strada parallela all’attuale via
per Campo di Giove; un edificio termale; una villa romana di 15 stanze; una fornace per la
produzione di tegole; un dolio e altre antiche mura.
La normativa nazionale per la tutela dei beni culturali e la convenzione europea per la protezione del
patrimonio archeologico impongono la tutela integrale di un’area così ricca di testimonianze. Infatti,
nel 2008 l’allora Soprintendenza archeologica regionale bocciò il progetto della Lafarge Cementi,
che intendeva insediarsi nella stessa area, con questa motivazione: “Case Pente è un complesso tra i
più importanti e inediti dell’area peligna, che cela i resti di un insediamento vasto e articolato, con
tracce della viabilità, dell’abitato, della necropoli. La tutela di tale contesto storico impone la non
alterabilità dello stato di fatto”. Altro che inalterabilità! La Snam non è la Lafarge. Alla
multinazionale del gas tutto è consentito. Avanti con il profitto, il bene comune può soccombere.
Case Pente aveva tutti i requisiti per diventare un museo “open air”, come è stato fatto ad esempio a
Montale (Modena) con la creazione di un Parco archeologico e Museo all’aperto, dove è stato
ricostruita una parte del villaggio dell’Età del bronzo con spazi laboratoriali e strumenti
multimediali. Il Parco si è rivelato un successo: in venti anni ha fatto registrare ben 300.000
visitatori. Da noi, invece, una classe politica inetta ed irresponsabile ha consentito, e continua a
consentire, di trasformare un patrimonio culturale di grande valore, e una potenziale risorsa
economica, in un “campo di sterminio” della nostra storia per far posto ad un ecomostro di cemento
inutile e dannoso. Sindaco, scenda dalla luna e faccia un bagno di realtà. Veda cosa stanno facendo a
Case Pente e ci dica cosa ne pensa. Le “grandi opere” sono già arrivate. Non sono però quelle che lei
sogna, ma quelle che daranno il colpo di grazia ad un territorio in coma.
Così, in un comunicato stampa, il Coordinamento per il Clima fuori dal Fossile.